È finito l’inverno. Sogni pittorici in transito

18 Marzo 2024

La mostra di Max Mazzoli “È finito l’inverno. Sogni pittorici in transito” inaugura lo Spazio Dolmen a Sassari, il 23 marzo 2024, alle ore 18.30, in Viale Porto Torres 31.

Alla mostra saranno presentati una quarantina di oli su tela di Max Mazzoli che vanno dal 2016 alla produzione più recente (2023-2024).

Durante l’inaugurazione, la curatrice introdurrà al pubblico le opere dell’artista, che sarà presente insieme ai membri dell’associazione culturale Dolmen.

La mostra sarà visitabile dal 23 al 30 marzo 2024, compresa la domenica, dalle ore 17 alle 19.

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É FINITO L’INVERNO

A volte, certe mostre possono essere lette come un’autobiografia del possibile, un’autobiografia dell’immaginario vicina alla realtà senza essere del tutto realistica. Come fa la poesia o la letteratura. Come fa Max Mazzoli, che affida a una mostra (a che cosa, se no, lui pittore nell’animo e nella prassi) il momento per fermarsi, guardare indietro e vagheggiare il futuro. Il presente è solo questione di attimi in transito: una personale può servire a dilatarlo e a farne occasione d’incontro, di condivisione affettiva, di messa in luce di fantasmi e sogni non detti. Che significa aprire il diario dei giorni e frugarci dentro. Attraverso la pittura.

Max Mazzoli sembra muoversi, dunque, su questo terreno quando fa confluire, in una mostra, lunghi mesi di vita e di lavoro, un quotidiano masticato nel dolore e nella speranza e trasfigurato nell’accensione di cromie e luminosità in eccesso, in aumentato climax poetico.

D’altronde non è la sua prima volta: già nel recente passato ha fatto, dell’appuntamento con il pubblico, momento di resa dei conti che, per un artista, equivale a prolungate meditazioni sul proprio linguaggio, sulle scelte compositive, sui processi del fare e sulle soluzioni inedite raggiunte. Punti di svolta? Sì, certo, anche. Anche e soprattutto messa in luce di un nuovo registro stilistico, di una rinnovata cifra espressiva, di inaspettate visioni che, mentre ribollono nel chiuso della mente, trovano, di volta in volta, una via di fuga nella manualità sapiente e in continuo fermento. La tela diventa, allora, superficie specchiante che attrae contenuti latenti e li trasforma in un vortice cromatico dove nulla è certo e nulla è statico. Una sola cosa è indubbia: il tempo è il grande enigma di queste tele. Un tempo intermittente che volutamente confonde realtà e sogni, passato e futuro, cose ed emozioni.

Memoria del vero e memoria dell’immaginario: il tempo degli orologi e il tempo della coscienza non coincidono più, passano su binari differenti, attraversano distese di vita senza sfiorarsi e sfociano sulle superfici di forme, colori e luci di questi lunghi e frastornanti mesi di lavoro e di pensieri. Succede che i piani compositivi si capovolgano e la realtà del sogno sia più vicina e tangibile di quella geografica. La temporalità duplice diventa, in questi oli, fatto acquisito: come quello delle stagioni, simbolo di ogni rinascita.

Così capita che bellissimi insetti cesellati come gioielli appaiano in primo piano disposti in una sorta di circonferenza ideale che racchiude un crepuscolo incendiato di una sera di quasi primavera. O che farfalle notturne incornicino cieli di rossi esaltati dalle tenebre incalzanti; e, ancora, che pesci trasparenti galleggino ai bordi di fondali di smeraldo. La profondità dello spazio reale, dell’ora serotina che invita all’abbandono onirico, si perde nelle lontananze imprendibili di un orizzonte di luce abbagliante. Che confonde il vero con il verosimile. Ed è in quell’ultimo chiarore, in quel trapasso tra la luce diurna e l’oscurità ormai incombente, che Mazzoli trova la sua ora topica, l’istante rivelatore della coscienza profonda e indicibile al giorno e alla ragione. Una confessione che passa attraverso simboli e metafore e che la pittura racconta nel colore portato alla saturazione massima, di chiara derivazione espressionista, ma anche nel segno iperrealista che da sempre lo accompagna.

Che il suo mondo ruoti intorno a un eccitato immaginario figurale è cosa nota sin dagli esordi: sia che si alimenti delle suggestioni cinematografiche o della grafica del fumetto e dell’immagine mediale, la modalità di rappresentazione appare sempre guidata da una visionarietà notturna, inquieta, oscura. E sempre più intimamente irrorata di un simbolismo viscerale che trova corrispettivo in oggetti, figure, enigmi di seduttiva bellezza. Animali esotici, insetti sorprendenti, pesci degli abissi, farfalle luminose, dicevamo, si aggirano o si insinuano in spazi di natura spettacolare, senza nessun legame sintattico, piuttosto in un processo di analogie della memoria, di ricordi sopiti, di verità taciute. Né aiutano i titoli di una narrazione intima, e perciò insondabile, che semmai accrescono il divario tra parole e immagini, tra vissuto e suo impenetrabile riflesso. Semmai, siamo legittimati ad attraversare quegli spazi onirici con libertà ed emozione, come un canto o una poesia di cui ci arriva il ritmo armonico e intenso senza bisogno di chiedere altro.

Ne discende un linguaggio singolare, messo a punto negli anni, sottoposto continuamente a verifiche e ripensamenti, proposte aggiornate e salti di corsia preferenziale, alla continua ricerca di un paesaggio dell’anima che muta col mutare delle stagioni della vita. Nessun inverno è invincibile.

Mariolina Cosseddu

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